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Parliamo di ansia

Parliamo di ansia

Approfondimento n°15

Noi abbiamo sempre questa tendenza ad avere un problema e cercare che cosa fare per risolverlo.

Questa mentalità, in questi casi e soprattutto quando abbiamo a che fare con pratiche meditative di ascolto o con il percorso di conoscenza e di stare con noi, diventa in realtà un altro modo per esercitare controllo e invece di lasciarci andare e di stare con quello che c’è cerchiamo la chiave, il passo, il modo più veloce per arrivare alla soluzione.

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Tantissime persone vengono da me in incontri di counseling, o individuale, parlandomi del loro desiderio di placare l’ansia o di far passare stati di agitazione. Sicuramente la meditazione offre uno strumento molto efficace, soprattutto le tecniche di concentrazione, quindi tutto quello che ha a che fare con il tornare al respiro (parlo del respiro perché di solito è l’oggetto di concentrazione più utilizzato ma può essere anche un’altra cosa) e in questo modo una mente ingarbugliata si riporta a fare una cosa sola. Può essere molto utile, molte volte, praticare degli esercizi di yoga perché anche lì la mente si concentra su una sola cosa e si placa perché è quello che succede quando si passa dal fare tante cose al farne una, può essere anche scalare una montagna in un certo senso. Non è così importante cosa. Tutte le pratiche di concentrazione possono diventare anche un modo per bypassare il problema, quindi sono efficaci, sono importanti, sono indispensabili perché non si può fare il passo successivo senza una mente sufficientemente calma, placata o comunque in qualche modo concentrata… però non c’è solo questo step. 

Oggi vorrei approfondire un’altra possibilità di avere a che fare con la paura, con l’ansia, con questo tipo di emozioni che sono spesso molto complicate e arrivano anche a essere particolarmente totalizzanti in alcuni momenti della vita o della giornata. Questo disclaimer iniziale è però importante perché il rischio di saltarlo è forte. Noi abbiamo sempre questa tendenza ad avere un problema e cercare che cosa fare per risolverlo. Questa mentalità, in questi casi e soprattutto quando abbiamo a che fare con pratiche meditative di ascolto o con il percorso di conoscenza e di stare con noi, diventa in realtà un altro modo per esercitare il nostro controllo e invece di lasciarci andare e di stare con quello che c’è cerchiamo la chiave, il passo, il modo più veloce per arrivare alla soluzione. Quindi, il fatto che io adesso stia dicendo è importante fare tutto un percorso di concentrazione e pratiche di respiro, ascoltare la mente, stare e imparare a riportarla su un punto… apro e chiudo parentesi e andiamo all’ultimo passo che è quello risolutivo. Non è proprio così, nel senso che il percorso esiste, c’è e si fa perché ha un motivo d’essere. In ogni caso, possiamo anche lì osservare cosa ci dice la nostra mente, cosa stiamo facendo adesso e cosa stiamo cercando attraverso quest’audio. Stiamo cercando la soluzione o stiamo cercando di fare un percorso? Perché se vogliamo la soluzione rapida, lo strumento, quella cosa che io faccio e risolvo… sicuramente, io ve lo dico già, la meditazione non è il percorso più adatto perché non prevede questi salti o questi click così immediati. Nel percorso poi magari avvengono ma sono all’interno di un percorso. Osservare che cosa stiamo cercando dalla pratica meditativa è fondamentale, fa parte della pratica stessa perché da lì possiamo riconoscere alcune aspettative, alcune tendenze, alcuni nostri modi anche di approcciarci ad altre cose che fanno parte della nostra vita. 

Tornando al discorso di partenza, dicevamo che le pratiche di meditazione di concentrazione o sul respiro sono sicuramente fondamentali ma non le uniche, anzi! In alcuni casi, stare solo su quel tipo di pratica diventa un modo per bypassare quello che realmente sentiamo perché spostiamo l’attenzione da un’altra parte. È esattamente quello che facciamo, magari in maniera più grossolana, quando invece di sentire l’ansia o la paura accendiamo la televisione o messaggiamo a un amico o scrolliamo Instagram.
È difficile avere a che fare con la paura o con l’ansia. Le metto insieme perché l’ansia è qualcosa di intrecciato e che, secondo me, ha a che fare con la paura di qualcosa. Poi magari potete dirmi anche voi che cosa ne pensate o come avete sperimentato voi l’ansia. Per me si intrecciano abbastanza e sono complesse già da definire proprio perché sono fatte di tante piccole cose e più le andiamo a sfogliare più vediamo tante altre emozioni dentro a quest’ansia, questo grande contenitore ansia. Insieme all’ansia ci sono i nostri pensieri giudicanti, ad esempio, che sono quelli che ci fanno dire Ok, io così non vado bene. Siccome provo questa cosa ho sicuramente qualcosa di rotto, qualcosa che non va, qualcosa da sistemare. Che cosa posso fare per aggiustarmi? Rientriamo proprio nella modalità del fare che dicevamo prima: dobbiamo sistemare questa cosa, cerco su internet come fare, cerco l’audio, cerco il professionista per placare l’ansia, per far smettere l’agitazione o la paura. Una domanda mi viene da fare: in tutto questo processo di ricerca, di lavorio interiore, c’è stato un momento che avete dedicato ad ascoltare davvero di che cosa avete paura o che cos’è che vi causa ansia? Magari vi vengono delle frasi, dei pensieri, però sono un po’ vaghi… Mah sì ho paura di quello, se succede quell’altra cosa. È tutto un po’ fumoso. Invece, sarebbe molto importante iniziare a delineare bene di che cosa abbiamo paura o che cosa ci causa ansia. Non intendo un’analisi cognitiva, psicologica, interpretativa… no. Qui siamo su un altro versante (perché livello sembra sotto/sopra.. no, chiamiamo destra/sinistra come l’emisfero del cervello). La parte cognitiva è fondamentale, importantissima: non c’è solo quella quindi noi adesso ci occupiamo dell’altra. Di che cosa abbiamo paura, che cosa ci genera ansia? Chiediamocelo mentre rimaniamo consapevoli di noi e del nostro corpo. Non è semplice e per questo si parla di processo e di percorso, perché all’inizio devo per forza familiarizzare con la respirazione, con la concentrazione, con lo stare, oppure fare questo percorso con qualcuno che mi guida e quindi è già diverso perché è come se avessi un’ancora aggiuntiva che aiuta la mia mente a rimanere concentrata. Il rischio di saltare tutto questo primo pezzo è di arrivare a dire Sì sì, sono connesso con il mio corpo, mi chiedo perché sono impaurito/a o in ansia e siamo tutti nella testa di nuovo, cioè ce la stiamo ri-raccontando per l’ennesima volta. Dare un nome o iniziare ad avere un’idea più chiara di questa fumosa ansia, di questa fumosa paura, è importante perché un po’ indebolisce. Facciamo un esempio molto pratico: se io ho tantissime cose da fare e nella testa mi sembra di non sapere da che parte iniziare e faccio un elenco e dico Ok, devo fare questo questo e questo… nel momento in cui metto giù in un elenco tutto quello che devo fare già un pochino va meglio. Non ho fatto niente ma già un pochino va meglio. Cosa succede? Ho dato un nome a tutta quella roba fumosa che era molte cose da fare. Il processo è più o meno lo stesso. Non è così semplice perché è un po’ più difficile individuare il nome della o delle paure o delle ansie, però possiamo ascoltarci e con il tempo riuscire a vedere se si tratta di una paura legata al non sentire di valere abbastanza, di non essere mai degni di amore; oppure, se ci ritroviamo in situazioni che ci generano ansia perché abbiamo paura di perdere il riconoscimento di qualcuno e quindi, sotto sotto (perché poi scava scava…) di non essere amati. Quindi mettiamo in atto tutta una serie di comportamenti, cerchiamo di compiacere, di essere come l’altro pensa che noi siamo e continuiamo a staccarci da noi. Altre paure possono essere generate dalla paura di perdere il controllo della situazione: ci sentiamo impotenti, stiamo affrontando una situazione che ci mette davanti alla realtà della nostra impotenza, ci rendiamo conto di quanto poco possiamo fare e lì ci viene meno la terra sotto i piedi perché nella nostra testa c’erano una serie di convinzioni e pensieri che dicevano che potevamo controllare come andavano e non andavano le cose. C’è anche la paura della solitudine, la perdita o la paura di perdere qualcuno o ancora la paura di perdere la sicurezza: è un periodo incentrato su questo mix tra impotenza e scarsa sicurezza, solitudine e paura di perdere qualcuno. Cosa ci facciamo adesso con tutto questo etichettamento della nostra massa ansia/paura? Guardiamo. Iniziamo a cambiare prospettiva. Invece di pensare Buongiorno, sono venuta da lei per capire come eliminare l’ansia …cambiamo e diventa Buongiorno, sono venuta da lei per capire come posso conoscere quest’ansia. Pensare che non dovrebbe esserci qualcosa, negarla, cercare di manipolarla, cercare di inquadrarla, ingabbiarla (perché poi lo facciamo con le nostre ansie e le nostre paure, no?), cercare di prendere il controllo e di gestire… è tutto fare, è tutto controllo e molto poco essere e sentire: è tutto un emisfero che spesso ignoriamo. Non è che lo facciamo perché siamo tutti pazzi e inclini al dolore, ma semplicemente perché molto spesso non ci viene proprio insegnato come gestire in quest’altro modo le nostre emozioni o quello che proviamo. La nostra società ci incasella in un’altra serie di percorsi e quindi, se non abbiamo avuto la fortuna di incontrare da piccoli persone che ci potessero dare questi strumenti, semplicemente arriviamo adulti belli e fatti che noi abbiamo quello e quello usiamo… e per fortuna che c’è, per fortuna che lo usiamo, perché sicuramente in altri momenti della nostra vita ci è stato congeniale, ci ha aiutato e magari ci ha anche protetto. Non sto cercando di screditare niente, però se siete qui ad ascoltare quest’audio è forse perché questa modalità non è sempre funzionale e quindi ne stiamo cercando un’altra insieme. Invece di pensare che qualcosa non debba esserci, cercare un modo per allontanarla, ribaltiamo tutto quanto: avviciniamoci. La distanza giusta per noi, il tempo giusto per noi, ma iniziamo a fare luce, a chiarire che cos’è quest’ansia, che cos’è questa paura, che valori ci ho investito, che cosa rappresenta per me, che frasi ci sono, che pensieri ci sono, che condizionamenti. Un esempio che faccio sempre riguarda il salutarla: Ciao, eccola qua di nuovo l’ansia. C’è un bellissimo articolo di Ezra Bayda che dice Il ciao è importante perché è proprio il nostro modo di relazionarci: il ciao è amichevole, colloquiale, vicino, gentile, abbastanza gentile, e ci aiuta a impostare questo atteggiamento curioso e non giudicante. Quindi, non è il nemico da sconfiggere e allontanare, ma anzi qualcosa da incontrare, un amico addirittura. Questa è una chiave fondamentale perché da nemico ad amico significa che quella roba che io non voglio, che io voglio scacciare, è in realtà la cosa più utile e importante che ho per me. So che sembra un paradosso ma è il cambio di prospettiva che ci serve per iniziare a lavorare davvero per noi con la nostra paura e la nostra ansia: iniziare a vedere queste emozioni come un pezzo del nostro cammino, il pezzo principale, quello che se io riesco a starci e ad attraversarlo mi permette di scoprire nuovi pezzi di me, magari quelli che sono più bloccati, quelli che mi fanno più male e permettono poi la mia crescita, la mia evoluzione. Esattamente quello che ci serve vedere. Nel momento in cui la nostra ansia o le nostre paure diventano il nostro cammino e la cosa più preziosa che io possa vedere, già cambia, cambia proprio anche la sensazione, cambia in un certo senso l’affetto. Quel ciao diventa Ok, vediamo cosa succede. Ho paura della paura ma so che c’è e ti voglio conoscere. Sono tutti ovviamente step e livelli e ognuno deve accettare e accogliere quello che c’è… senza deve, può, mettiamola così, perché è importante prima di tutto riconoscere quello che è. Se però mi do questa possibilità di avvicinarmi, di dire ciao, di direi Ok, questo è quello che mi serve vedere ora, abbiamo anche un’altra possibilità, quella di fare un passo indietro rispetto ai nostri pensieri e osservarli da fuori, come se fosse un esaminatore silenzioso (un esaminatore tranquillo, non c’è nessun problema, non c’è nessun giudizio) che osserva tutte le cose che ci raccontiamo nella testa, tutte le cose che andiamo ad aggiungere continuamente: Non ce la fai. Ma non è possibile. Ancora. Questa roba qui non si può fare… qualsiasi cosa, tutte quelle micro-narrazioni. Con la freddezza, ma anche un po’ di calore dal cuore, l’osservatore esterno osserva, giustamente, e magari ci si può cominciare a chiedere Ma serve ‘sta roba? Perché se vado ad aggiungere tutti questi pensieri aggravo, creo ancora più confusione, creo ancora più massa. Andiamo invece a vedere sotto sotto sotto quali sono questi pensieri, queste convinzioni, queste sensazioni alla radice, diamo un nome, iniziamo a dis-identificarci da quello che pensiamo. Dis-identificarci non significa diventare freddi e apatici ma accorgerci che i pensieri sono pensieri, le convinzioni sono convinzioni, le sensazioni del corpo sono sensazioni del corpo e io sono queste cose e anche molto di più, in serenità. Ecco, abbiamo ripreso le sensazioni del corpo perché ovviamente tutto questo non può essere fatto se non torniamo continuamente alle sensazioni del corpo. Si parte da lì, si arriva lì, si viaggia in mezzo alle sensazioni del corpo perché sono un’ancora, perché sono il nostro modo di sganciare il pensiero cognitivo e stare da un’altra parte. Continuiamo a chiederci Che cos’è questo? Questo è un famoso koan zen. Che cos’è questo? significa Dove la sento quest’ansia? Come la sento? Che forma ha? È forte, non è forte, è profonda, è in superficie, è rarefatta, è densa, è ferma, si muove? …come se uno dovesse raccontare la sensazione. Non è facile, ci vuole sempre un po’ di pratica (sempre la pratica che torna) e, nel mentre, se arrivano pensieri o sensazioni… No, io sto con la roba fisica che mi causa l’ansia o la paura. Quando sento di essere nella sensazione posso magari pormi delle domande, vedere se arrivano altre emozioni, se posso scomporre questa sensazione fisica me sempre mantenendomi ancorata/o al corpo. Posso respirare nelle sensazioni più difficili. Un passo può essere anche semplicemente avere paura, sedersi e stare con le sensazioni fisiche della paura, respirandoci dentro, nient’altro. Sembra semplice ma non è proprio così: restare in contatto con le sensazioni del corpo significa arrendersi, significa deporre le armi, gli strumenti, tutta la nostra voglia e desiderio di cambiare, negare la paura, nasconderla, sistemarla, aggiustarla. Significa accettare come sono le cose, quello che sento, senza spiegarmelo, senza cambiarlo, senza controllarlo. Non è semplice, anzi, ma lì inizia bello, inizia il percorso. Penso che imparare a prenderci cura di noi, soprattutto delle emozioni complesse e complicate, imparare ad ascoltarci, a capire cosa possiamo fare soli e cosa no (perché è lecito anche chiedere aiuto per fortuna, non c’è niente di male) è l’inizio, la base per prenderci cura di noi, per stare bene e soprattutto per evitare di dire No, ma l’ansia mi passerà quando avrò cambiato lavoro, quando i figli saranno cresciuti, quando… Come al solito, saremo felici in futuro. Stiamo con quello che c’è, facciamo quello che possiamo fare ora.
C’è una bellissima metafora sull’acqua e il nuotare: non puoi imparare a nuotare solo nelle acque tranquille, si nuota e fai le stesse cose qualunque tipo di acque ci siano. Si fa quello che si deve fare, anzi, più ci si rilassa più si ha la possibilità di stare a galla; invece più lottiamo contro l’acqua e contro le onde, più creiamo onde e più diventa difficile stare a galla. Questo è un po’ il segreto anche per l’ansia e la paura: cercare di stare, di rilassarsi insieme all’ansia e alla paura, di dire ciao, di fare quello che si riesce con gli strumenti che si hanno, concentrandosi sulle possibilità anziché su quello che non si può fare, passando così da un odiare il nemico a quasi provare affetto e bene per quella paura e quell’ansia che fanno parte di noi, che nascondo magari i nostri pezzi più fragili, a cui possiamo davvero voler bene come la parte più preziosa e che ci serve vedere in questo preciso momento. 

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