I motivi per cui ci si avvicina alla meditazione possono essere tantissimi. Ma lo scopo principale per cui meditiamo è quello di re-imparare (perché in realtà da bambini siamo già bravissimi) ad essere totalmente in contatto con il momento presente.

Perché dovrei voler essere in contatto con il momento presente se è doloroso, emotivamente o fisicamente?

Riconoscere come stiamo, riconoscere le nostre emozioni e le sensazioni del nostro corpo fisico mentre le stiamo provando ci apre alla possibilità di capire in quale modo entrare in relazione con quel momento presente.
Ci permette di non essere in balia della nostra mente, dei suoi pensieri, delle sue paure, degli schemi di comportamento che ha imparato fin da piccola per crescere e difendersi… ci permette, in sostanza, di recuperare libertà ed anche un contatto amorevole ed autentico con noi stessi. Con quello che effettivamente c’è.

Mi piace pensarlo come un viaggio di conoscenza, scoperta e amicizia con noi. E se ci pensiamo bene siamo la persona con cui di certo passiamo più tempo in assoluto… quindi perchè non provare a passarlo bene?

Per dolore si intende un’esperienza multisensoriale che coinvolge fattori sensoriali, cognitivi, emozionali.

In sè non è un’esperienza negativa, anzi, ha avuto una funzione importante nell’evoluzione dell’uomo ma le cose cambiano se il dolore diventa uno degli elementi principali della vita di una persona. Nei casi di cronicità si interviene con cure lunghe e costose, non sempre efficaci e che in alcuni casi possono portare anche a farmacodipendenza.

Ci sono due modi in cui la meditazione può essere d’aiuto in caso di dolore cronico:

  1. Può aiutare ad elaborare meglio l’esperienza del dolore, quindi agendo sulla componente psicologia e creando un sano distacco dal dolore
  2. Può aiutare dal punto di vista fisico, cambia la neuroplasticità del cervello e le aree di attivazione del dolore fisico

Ovviamente non stiamo parlando di risultati che si ottengono meditando una volta o due. Si tratta di un percorso, un addestramento, esattamente come quello che si fa in palestra con i muscoli… solo che in questo caso andiamo ad allenare la consapevolezza e la presenza mentale. Impariamo a rimanere concentrati su un punto prima (come con le meditazioni sul respiro) e ad ampliare la consapevolezza a tutte le sensazioni fisiche o emotive poi. 
Non è necessario immaginare lunghe sessioni giornaliere, possono essere tanti piccoli momenti di meditazione al giorno. Anche 2 minuti al mattino e 2 minuti alla sera per iniziare… ma è fondamentale la costanza. Non c’è una ricetta unica (anche se ci piacerebbe) o una tempistica ‘corretta’… fa anche questo parte del percorso di ascolto di noi stessi. 

La meditazione può aiutare ad elaborare meglio l’esperienza del dolore.

Per spiegare questo aspetto mi viene in mente uno dei discorsi del Buddha, quello sulle due frecce, in cui il Buddha parla delle differenze nella mente di chi pratica e di chi non lo fa.

È come se un arciere, dopo aver colpito un uomo con una freccia, lo colpisse ancora con una seconda freccia. Sicché quell’uomo patirà il dolore di due ferite. Lo stesso accade a chi non pratica, che soffre a causa di due dolori, quello fisico e quello mentale.

Buddha

Sia chi pratica sia chi non pratica nella vita prova sensazioni piacevoli, spiacevoli o neutre… la meditazione non trasforma le persone rendendole sempre felici, sempre positive o sempre tranquille. Cambia il modo in cui si reagisce alle sensazioni spiacevoli (la famosa prima freccia nel discorso del Buddha).

Chi non pratica tenderà ad essere catturato dalla sensazione spiacevole, ad agitarsi, a preoccuparsi in vari modi… ovvero aggiungere una seconda, terza, quarta freccia. Colui che ha familiarità la sua mente, invece, avrà uno strumento in più per fermarsi prima di scagliare altre frecce.
Imparare a stare con la prima freccia, vedendola per quella che è. Praticando giorno dopo giorno l’impermanenza di ogni sensazione abbiamo la possibilità di riscoprire, ancora una volta, una libertà ed una leggerezza che una mente che sfugge, scappa perchè ha paura o che cerca di soffocare ogni sensazione fastidiosa con rumore o distrazioni, non ha. 

Meditare permette di fare esperienza dei propri pensieri.

Se riesco ad osservare il pensiero che sta notando il fastidio fisico, tolgo la seconda freccia e a volte riesco addirittura a lasciar andare parte del dolore della prima freccia. 

Sono diversi gli studi scientifici che hanno messo alla prova questo strumento proprio per il benessere del paziente e per la gestione della soglia del dolore.

Tra i più famosi e citati ci sono gli studi di Fadel Zeidan, professore di neurobiologia e anatomia alla Wake Forest Baptist Medical Center, su come la meditazione faccia vivere il dolore in modo diverso. Il dolore crea una reazione di stress nell’organismo, attraverso l’attivazione del cosiddetto ‘sistema simpatico’ (che genera reazioni di attacco-fuga nell’organismo). Attraverso la respirazione profonda vengono invece attivate altre parti del sistema nervoso (sistema parasimpatico) che hanno un effetto calmante.

In un primo esperimento Zeldan aveva riunito un gruppo di 15 persone che non avevano mai meditato e aveva le aveva sottoposte a dolore alla parte destra del corpo attraverso una piastra riscaldata a 49°. Successivamente insegnò loro a meditare in 4 incontri da 20 minuti ciascuno. Ripetendo il test del dolore, ci fu una riduzione del dolore percepito del 40% e della spiacevolezza del 50%. Morfina e antidolorifici raggiungono appena il 25%. In questo studio erano coinvolte solo persone sane e fu il primo che dimostrò la riduzione del dolore attraverso la meditazione.

Una delle ragioni per cui la meditazione può essere stata così efficace nel bloccare il dolore è che non ha funzionato in un solo luogo nel cervello, ma ha invece ridotto il dolore a più livelli di elaborazione.

Zeidan

Gli studi successivi hanno dimostrato come la Mindfulness non solo riduca la percezione del dolore, sia come sensazione fisica che come risposta emotiva, ma lo faccia coinvolgendo meccanismi neurali differenti rispetto ai placebo e specifici di questo metodo. In questo caso lo studio fu su 75 volontari in buone condizioni di salute e senza esperienze pregresse di meditazione. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare la percezione dolorosa di una scossa di calore secondo l’intensità percepita del dolore e la spiacevolezza della sensazione dolorosa e inoltre, sono state eseguite le loro scansioni cerebrali tramite MRI- risonanza magnetica funzionale. Successivamente sono stati divisi in 4 gruppi e ad ogni gruppo per 4 giorni (20 minuti al giorno) veniva insegnato un metodo specifico per la gestione del dolore. In realtà 3 dei 4 gruppi ricevevano un trattamento senza alcun effetto antidolorifico (il primo aveva una crema placebo da spalmare sulla zona interessata, il secondo seguiva un finto corso di Mindfulness dove trascorrevano 20 minuti senza istruzioni precise a respirare in silenzio e al terzo gruppo veniva fatto ascoltare un audiolibro di scienze). Solo il quarto gruppo ha ricevuto indicazioni sulla meditazione e sulla pratica della mindfulness, sempre per 20 minuti al giorno e per 4 giorni. I partecipanti di questo gruppo partecipavano a meditazioni guidate, con istruzioni specifiche su come prestare attenzione ai contenuti mentali ed emotivi, con un atteggiamento non giudicante e non reattivo.

Dopo i 4 giorni, veniva chiesto ai partecipanti di usare il trattamento che avevano ricevuto durante la stimolazione con la sonda termica e contemporaneamente venivano acquisite le loro scansioni cerebrali con MRI. Il gruppo di meditazione mindfulness ha riscontrato una riduzione dell’intensità del dolore percepita del 27% e dell’aspetto emozionale del 44%. Un’efficacia quasi del doppio rispetto agli strumenti-placebo degli altri gruppi. I risultati della risonanza magnetica mostravano un’attivazione di aree cerebrali differenti rispetto a quelle attivate nelle persone degli altri gruppi. Nel gruppo di meditazione Mindfulness, il sollievo dal dolore era infatti associato ad una maggiore attivazione delle aree cerebrali deputate alla modulazione cognitiva del dolore (corteccia orbitofrontale e corteccia cingolata anteriore), e ad una contemporanea disattivazione del talamo, una sorta di ‘filtro’ che determina se le informazioni sensoriali possano raggiungere i centri cerebrali superiori. E tutto questo in 20 minuti per 4 giorni.

Importante, poi, anche lo studio, sempre di Zeidan, che sottolinea come l’efficacia nella riduzione del dolore avvenga senza agire sulla capacità dell’organismo di produrre naturalmente oppioidi, meccanismo che invece placebo, agopuntura o ipnosi attivano.
In questo caso i soggetti coinvolti erano stati suddivisi in quattro gruppi, che hanno seguito per alcuni giorni quattro diverse terapie: meditazione associata a naloxone (un farmaco che inibisce chimicamente i recettori degli oppioidi), solo naloxone, meditazione più placebo e infine solo placebo. Dall’analisi statistica delle risposte, Zeidan e colleghi hanno riscontrato che i punteggi risultavano ridotti mediamente del 24% nei pazienti trattati con naloxone che avevano praticato anche la meditazione e del 21% nei soggetti che avevano praticato la meditazione in associazione con il placebo. Il risultato dimostra quindi che la meditazione è in grado ridurre in modo significativo il dolore anche quando i recettori pergli oppioidi sono bloccati chimicamente, agendo quindi con un meccanismo differente.

I risultati sono sorprendenti e vale la pena diffondere, quanto più possibile, l’efficacia della meditazione nella riduzione del dolore fisico. Uno strumento senza controindicazioni, senza effetti collaterali e facilmente abbinabile alle terapie tradizionali.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Instagram

La risposta da Instragram non aveva codice 200.

Seguimi su Instagram